J G Page Sapodilla   CENTOVENTI LIRE

                                                                  

                                                              

Salvatore supera il cancello rosso dell’orto e prende a gridare verso la casa.

- Commare Ersilia, commare. -

Dalla casa si apre una finestrella e appare la testa di donna Ersilia. Salvatore aveva pensato di avviare il suo discorso con una frase gentile, di blando interessamento, qualcosa come ‘ Stamattina vostro marito, don Antonio, è andato alla banca?’ Anche se tutti sanno che tutte le mattine don Antonio prende la corriera per andare a lavorare all’agenzia della Banca Agricola di Atripalda. Donna Ersilia intanto è scesa al cancello e tiene Salvatore sotto la mira di due occhietti neri più del carbone.

- Dove sei andato a finire tutti questi giorni? Mio marito è venuto da tua madre a chiedere di te non so quante volte.-

Salvatore è preso da presentimento. ‘Stamattina finisce che mi spezzo la schiena a raccogliere l’uva per questi due, che tengono quattro grappoli appesi e si pensano re Ferdinando e la regina Carolina. Destino infame di un poveretto come me rimasto senza soldi. E come mi presento all'Osteria?’

- Ebbene, donna Ersilia, adesso sono qua. Come vi posso servire? -

- L’uva della vigna dalla parte della chiesa è matura, me la puoi raccogliere? Mio marito ha raccolto il resto della vigna la mattina prima di andare e la domenica, ma si è sfinito, in banca dorme. -  

- E quanto mi volete dare? -

-Centocinque lire.-

Salvatore fa la faccia di uno che ci sta pensando sopra. ‘E quanto sono lunghi i filari?’ Chiede. Ma tutti in paese lo sanno quanto è grande la vigna di don Antonio.

-Lo sai benissimo quanto sono lunghi i filari, per tutte le volte che ti sei venuto a mangiare i grappoli migliori. -

Salvatore fa la faccia divertita.

-Donna Ersilia, ma mi avete preso per un somarello? Davvero pensate che vi finisca la raccolta della vigna per centocinque lire?-

-E che volevi? Un milione? Si tratta di un giorno solo di fatica. Pure i muratori dell’impresa si prendono centocinque lire a giornata. -

-E che significa? Quelli hanno un lavoro regolare. Gli irregolari come me hanno diritto a prendere di più. -

-E chi ti ha mai impedito di fare un lavoro regolare? -

Salvatore nel venire aveva notato che i grappoli erano ben maturi, a lasciarli ancora al sole avrebbero cominciato a marcire.

-Donna Ersilia, sapete cosa vi dico? Che io prendo e me ne vado. -

Salvatore comincia a incamminarsi e la commare gli grida dietro per il viottolo.

-Sta bene, sta bene, dimmi quanto vorresti. -

-Mi dovete dare centosessanta lire per raccogliere tutta l’uva.

-Te ne do centoquindici, se no vattene. -

- E perché non mi chiedete di lavorare per niente? Non Avete vergogna a sfruttare un povero disoccupato?

Donna Ersilia se ne sta zitta, guarda per terra e pensa all’uva matura.

-E sta bene, ti voglio fare contento, centoventi lire. -

E’ tentato di farle la corte per ottenere qualcosa in più, giusto un complimento con qualche allusione. Ma tutti in paese sanno che è una di quelle donne contente solo quando contano i soldi.

Salvatore non ha voglia di lavorare alla vigna tutto il giorno per pochi soldi, ma é stanco di perdere tempo con una donna testarda e senza sentimento.

-Vado a fare colazione, torno tra una mezz’ora.-

-Ma neanche per idea, se te ne vai non ti vedo più. Te la preparo io la colazione.-

-E che mi date?-

-Quante pretese. Ti faccio due uova sode, fresche delle nostre galline, con una fetta di pane fatto in casa. Una tazza di latte e poi anche il caffè .Ti tratto meglio di un signore. Siediti là che vado in cucina. -

Gli indica un tavolo di legno grezzo, con due panche. La colazione arriva su un grande piatto di terracotta bianco con tre giri di bordi blu. Sul guscio delle uova sono rimasti i segni di piccole pagliuzze d'oro incollate nel pollaio, il latte ha un anello di schiuma sul bordo interno della tazza, il caffè bollente in un bricco di ferro smaltato è atteso da una tazzina antica di porcellana su un piattino sbeccato.

-Ma le uova me le avete fatte ben sode? -

-Sbrigati a mangiare, che ti si fa freddo il caffè. -

Salvatore risponde con la bocca piena.

-Mi dovete dare un secchio bello grande e leggero, e i tronchesini col tagliente affilato. Speriamo che i grappoli non siano bassi, se no me torno a casa piegato. -

-I grappoli stanno al posto giusto, al posto loro. Pensi che ci crescano le patate nella vigna nostra? -

-Dovreste levare la vigna e piantarci alberi da legname, così non vi rompete la testa a raccogliere l’uva e venderla al mercato tutti gli anni. Ogni dieci anni segate gli alberi e la segheria ve li viene a prendere.

-Mio marito don Antonio ci vuole mettere pomodori da insalata al posto della vigna.-

-Ma una volta non avete messo le fragole? -

-Facemmo un esperimento disgraziato. Quell’anno venne la gelata e rovinò tutto il fragoleto. Non ci voglio pensare. -

Finito l’ultimo goccio di caffè, Salvatore esce dall’orto ed entra nella vigna col secchio in una mano, il tronchese nell'altra e l'aria professionale. A ogni passo, i grappoli di media altezza sono i primi a essere raccolti, poi il braccio si allunga a quelli in alto, infine la schiena si piega e anche i grappoli bassi vengono deposti nel secchio. Il secchio pieno viene portato al carretto. Donna Ersilia se ne è rientrata in casa. Passa il banditore col giubbetto rosso e i calzoni verdi, suona il corno e grida che oggi è mercato di pesce.

-Correte Donna Ersilia, pesce, pesce fresco.-

Al richiamo lei si riaffaccia dalla finestrella.

-No, vi ringrazio. Oggi no, tengo ancora tonno e sardine da consumare. -

Il banditore continua a guardare donna Ersilia, ma muove il capo verso la vigna.

-Commare, ma voi veramente avete messo Salvatore a raccogliere la vostra uva? -

Salvatore mette un grappolo pieno d’acini nel secchio.

Il banditore ha bisogno di una pausa, suonare il corno stanca, è il momento di dare consigli.

-I grappoli vanno colti dall’alto in basso, lo sanno tutti.-

Un altro grappolo cade nel secchio.

-Banditore mio bello, voi tenete il corno e io il secchio.Vi dispiace se faccio a modo mio? -

Donna Ersilia pensa bene di sostenere Salvatore, ci manca solo un pretesto perché si metta a litigare e lasci tutto a mezzo.

-Lasciatelo fare a modo suo. -

Concerto di corno a svanire, il banditore se ne va. Le ore passano, adesso il sole é alto, il nostro lavoratore suda e ha fame, per fortuna arriva una tovaglia annodata con dentro salame e patate arrostite sotto la brace.

-E vino non me ne offrite? -

-Devi lavorare, adesso torno con la brocca d’acqua fresca, la frutta è davanti a te. -

Salvatore continua a lavorare fino alle sei del pomeriggio, dalla finestrella lei lo vede deporre il tronchesino nel secchio vuoto e avviarsi verso l’orto.

-Commare, adesso chiudo. -

-Ma non hai finito tutta la vigna.-

-Me ne manca solo un quarto, si e no .-

-Benissimo, hai due ore di luce buona davanti a te. Finisci il lavoro. -

-Io smetto di lavorare alle sei, come fanno tutti i cristiani.-

-Ma stamattina hai cominciato alle dieci, eppoi sia come sia ci siamo messi d’accordo che avresti fatto tutta la vigna.

-Mi dovete perdonare, commare mia, ma adesso me ne devo proprio andare. Vengo domani mattina a raccogliere l’uva che è rimasta. -

La donna diventa una furia.

- Nossignore, avevi promesso di finire oggi.-

-Ma quando mai vi ho fatto questa promessa? E poi che danno vi faccio se torno domani mattina? -

- Beato a chi ti vede domani mattina. -

-Commare, se non vi fidate di me, io che ci posso fare? Vorrà dire che invece di pagarmi centoventi lire me ne darete solo novanta adesso. -

-E perché novanta lire? -

-Non sapete fare i conti voi che avete fatto la maestra di scuola? Io non sono neanche riuscito a prendere la licenza elementare.-

-Sta bene, aspetta che torni mio marito, la questione dei conti e degli acconti te la discuti con lui, sarà qui a momenti.-

- E perché devo aspettare don Antonio? Ho fatto la mia giornata di fatica e voglio essere pagato.-

-Non ti pago. Perché ti dovrei pagare? L’accordo era che ti davo centoventi lire per raccogliere tutta l’uva rimasta nella vigna. -

-Mi state facendo una grossa ingiustizia, commare bella. Sfruttate e approfittate di un lavoratore che non dispone di capitali finanziari. Non provate vergogna? Mi dovete pagare adesso, in questo momento. -

-Te ne puoi andare all’inferno, non ti pago.-

Le voci si sono alzate. Nell’udire i rumori di guerra, un vicino esce di casa.

- Che succede, commare Ersilia? -

- E che deve succedere? Salvatore si era impegnato a finire di raccogliermi l’uva dalla vigna, ma lui se ne vuole andare prima di finire ed essere pagato per quello che ha fatto. Dice che torna domani: il domani di Salvatore.-

- Non pagatelo fino a quando ha finito il lavoro. Dove lo trovate un lavorante che vi finisca il poco di vigna rimasto? -

Rivolto a Salvatore, il buon vicino aggiunge la buona misura.

-Nessuno si fida di te .-

Il quale Salvatore assume un’aria solenne.

- Fatemi il favore di non mettervi in mezzo. Questo è affare che non vi riguarda. E quanto a voi, donna Ersilia, attaccate il cavallo al carretto, ce ne andiamo a vendere l’uva che ho raccolto a chi fa il vino. Io mi prenderò novanta lire, a voi il resto. Ma vedete voi con che donna devo trattare.-

L’ultima frase è per gli angeli, alzati gli occhi al cielo.

Donna Ersilia non si smuove di fronte alla minaccia di andare a vendere l’uva. Si fa silenzio, i due avversari si guardano. Salvatore cede per primo e grida.

- Mi dovete pagare.-

Invocato in silenzio e atteso dalla moglie, finalmente appare don Antonio nel viottolo, senza aspettare che passi il cancello la moglie lo chiama al soccorso.

- Corri a vedere che succede qua, Salvatore si era impegnato a raccogliere tutta l’uva oggi per centoventi lire, ne ha fatto tre quarti e se ne vuole andare. -

Salvatore rimane freddo.

-Pagatemi che me ne devo andare. -

Donna Ersilia rimane a muso duro.

-Ci sono ancora due ore di sole, mantieni l’impegno.-

-E perché non appendete le lampadine alle piante? Così vi posso lavorare fino a mezzanotte.

Don Antonio non vede l’ora di entrarsene in casa.

- Moglie mia, quanti soldi gli hai promesso?-

Salvatore irrompe.

- Centoventi lire. Ho fatto tre quarti del lavoro, chiedo novanta lire. -

Don Antonio tira fuori dal portafogli novanta lire e glie le mette in mano.

-Vi ringrazio, don Antonio, sono proprio contento che siate arrivato.-

La gratitudine di Salvatore è sincera, ma la donna parla in fretta torva.

-Non lo dovevi pagare, chi finisce il lavoro nella vigna adesso? -

- Non vi ho forse promesso di tornare domattina alle nove?-

Salvatore è accomodante, ma anche don Antonio non pare da meno e prende ancora qualche moneta dal portafogli.

- Prenditi queste altre due lire per buona paga, ma fammi il favore di non tornare. La vigna la me la finisco io, ci lavoro la mattina presto prima di uscire e la sera quando torno.-

In silenzio, don Antonio si avvia a entrare in casa.

Anche Salvatore si avvia rapido in direzione opposta, passa davanti alla chiesa, mette le due lire nel cappello del disgraziato sui gradini, riprende svelto in una scia di benedizioni, all’osteria gli amici lo aspettano col mazzo di carte. _ 

 

 

 

   

Per problemi o domande su questo sito Web contattare Strudel.
Ultimo aggiornamento: 21-09-09.