Racconti brevi    Jenny     Il mercante geloso  Ariosta

 Perversione

 racconti  di dani  BOOM  J G Page sapodilla ©


     FERNANDO

    PAQUITA

    Angelita e il terremoto

    TITO VELARDE VINCE LA GUERRA

   OLDSMOBILE

   ROSITA FRIGGE IL PESCE

    Pepito


                                                    FERNANDO  J G Page sapodilla ©

Quel pomeriggio ce ne andavamo in tre al caffè di Manolo. Era un giorno d’inverno e mia madre voleva una tazza di cioccolato con i churros dolci. Il caffè di Manolo fa angolo a Jiron de la Union nella Lima coloniale, è un locale di fama e appartiene da sempre a una famiglia spagnola.  A Jiron de la Union  signore eleganti e tipi oziosi si ammirano nelle vetrine francesi di moda ed entrano nei negozi di sartoria su misura. Le case sono le stesse come al tempo della colonia.   

Entriamo da Manolo, ma è pieno dappertutto,  quel pomeriggio tutta Lima elegante è venuta a mangiare i famosi churros di Manolo. Ma ecco che ci sono tre posti liberi al banco del bar: due vicini, un tipo seduto nel mezzo, poi un terzo posto solitario. Il tipo è sulla trentina, capelli neri lisci, non è tanto alto ma ha la testa a fico d’India.

Io sono una bambina vezzosa e con le maniere gentili, dico al tipo

- Signore, per favore, si potrebbe spostare per far sedere il mio amico Fernando con noi?-

Il tipo è incantato dal mio fascino naturale e accetta di spostarsi. Ma quale la sua sorpresa nel vedere la mia mano che si posava sullo sgabello vuoto ‘Siediti, qui Fernando’.

Perché Fernando è invisibile.

Lilian, mia madre, poi mi disse che il tipo era perplesso e forse spaventato. Ma io non badavo al tipo, ero concentrata su Fernando e sui biscotti nel piattino sul banco.

Fernando è il mio amico, anche se non potete vederlo. Non me lo sono inventato, è venuto lui da me. Me ne stavo a giocare casa di mia nonna, fuori nel patio, in mezzo alle piante, quando Fernando arriva, sorride e mi tende le mani. Mi devo alzare sulle punte dei piedi e sollevare le braccia per arrivare alle sue mani. In quel momento mia madre viene fuori e mi chiede che sto facendo, lei vede niente nel patio, nessuno. Ma da quel giorno andavo sempre con Fernando, dappertutto.

-Ma si può sapere che cosa diavolo facevi tutto il tempo con Fernando l’invisibile?-

-Aah, giocavamo insieme. Fernando mi portava nel regno del piccolo popolo, attraverso una porta nascosta dietro un vaso nel patio di mamama. Non ero sola, giocavo col piccolo popolo quasi ogni pomeriggio. -

 


                                         Angelita e il terremoto

 Qui in Perù ogni anno arrivano i terremoti a Maggio e Ottobre. E noi ragazze dovevamo fare l’esercitazione, simulare la fuga dalla classe fuori nel patio, per essere pronte se il terremoto veniva davvero. Era un obbligo per tutte le scuole a Lima. Miss Angelina era con noi durante la simulazione. Veniva la Difesa Civile Nazionale a spiegare e a dare tutte le istruzioni. Poi a un certo punto suonava la campana: era il segnale della simulazione, si cominciava. Noi ragazze uscivamo in fila fino al grande patio. Miss Angelina in testa, le insegnanti erano con noi per mantenere l’ordine e tutto il resto.

Finalmente un giorno arriva un vero terremoto. Noi eravamo nel salone di musica, un grande salone d’epoca con in mezzo due grandi colonne. Miss Angelita si aggrappa braccia e gambe a una colonna e tutte le ragazze cominciano a strillare, terrorizzate dalla sua reazione. Qualcuna corre fuori, qualcuna continua a strillare, qualcuna cerca un riparo che la protegga, io mi nascondo sotto un tavolo. Nel mezzo della sua isteria Angelita continua a dare ordini.

-Ragazze, ragazze, prego state calme, andate fuori in ordine e in silenzio. – Ma era costretta a gridare perché nessuna distingueva le sue parole nel caos. Angelita gridava e si teneva stretta alla colonna come scimmia all’albero.

Ed ecco che arriva Carmen, Miss Disciplina. Alcune ragazze correndo fuori dal Salone avevano attirato la sua attenzione e così era arrivata per aiutare Miss Angelina e mettere il posto in ordine.

-Ragazze, ragazze, silenzio. E  tu, Miss Angelina, dai l’esempio alle ragazze.  - La sua faccia severa era più potente della sua voce.

Miss Disciplina dovette fare quattro tentativi prima di strappare Miss Angelita dalla colonna.

Intanto il terremoto se ne era andato, spaventato dagli strilli e dalla faccia feroce di Miss Disciplina.

 


                                   FERDINANDO INCONTRA L’INDIA PAQUITA

 -Bevi, acqua fresca.-

Ferdinando Mango neppure solleva lo sguardo  a vedere chi ha parlato. Il suo interesse è solo per la piccola giara imperlata di gocce. Se ne sta seduto sulle traversine, ha lavorato per ore a  far avanzare il binario della nuova ferrovia, che porterà il treno dalla costa alle miniere nell’interno.

-Hai ancora sete? –

Ferdinando rigira la piccola giara per ricevere le ultime gocce sul palmo della sua mano, ma stavolta solleva lo sguardo. Vede una giovane donna scura, grandi occhi neri timidi e fieri, un lungo vestito variopinto le copre le caviglie ma lascia scoperti i piedi scalzi.

-Hai ancora sete, signore?-

‘Sono pazzo per il sole’ pensa Ferdinando. ’Questa è una donna della mia terra, la Catalogna, e io sono tornato a casa’. 

La giovane india è bellissima. Si chiama Paquita

  

                                                   PAQUITA RIMANE VEDOVA

 -Hai trovato qualcosa, Graciela?-

-Niente, ma’.-

-Alexandra?-

La piccola scuote la testa.

-Bertha?-

-Niente.-

Conchita ha dato ordine alle tre figlie di frugare bene in tutte le tasche del marito Ferdinando e in fondo a tutti i cassetti. Niente. Non una moneta, non un pezzo di carta che dia diritto a qualcosa.

Adesso è vedova. Presto un tipo ben vestito l’avrebbe invitata a bere una tazza di cioccolata, poi le avrebbe chiesto di fare la puttana. Non è più la rispettabile signora di un uomo che tutti chiamano lo spagnolo, la madre di tre figlie.

Ma Paquita non è donna da tenersi sullo stomaco gli uomini del quartiere col portafogli pieno e la moglie lagnosa.

-Che faremo adesso, ma’?-

Graciela ha parlato per tutte e tre.

Paquita le guarda torva.

-Tirate giù la padella grande e accendete il fuoco. Vado a comprare pesce al mercato. Friggeremo pesce e lo venderemo davanti alla porta di casa. Il miglior pesce  fritto, il migliore che i minatori e i signori si siano mai gustato.

 

                                 

                                                   LA FESTA DI SAN MATEO

Questo mi fa venire in mente Paquita che tornava dalla Festa di San Mateo.

-Come è andata la festa Paquita? -

-Meravigliosa, abbiamo avuto tre morti ammazzati.-

 


                                        TITO VELARDE VINCE LA GUERRA   J G Page

-Attenzione, attenzione, arriva il guerriero logistico.-

Pedro, il cuoco del reggimento, smette di fischiare, ma continua ad affilare deciso i coltelli. I suoi assistenti s muovono, si cambiano di posto. Gli stivali di Tito Velarde, capitano nell’esercito del Perù settore logistico, scintillano come lo specchio di una sposa: un ufficiale peruviano deve essere sempre pronto a incontrare una bella donna o la sciabola del nemico.

-Pedro, comprami cento sandwich tripli e cento bottiglie di Incacola a mie spese, per stasera.-

Le banconote vengono depositate sul banco del cuoco.

-Organizziamo una festa, capitano?-

Il capitano è rigido e insoddisfatto come un ombrello bagnato.

-Il materiale mi serve per un piano d’attacco al nemico.-

Tito Velarde appartiene a una delle migliori famiglie di Lima, ma è uno di quei tipi a cui manca sempre qualcosa. Al capitano manca la gloria sul campo. Nei circoli ristretti che frequenta lo chiamano ‘guerriero logistico’, una cosa fastidiosa con la ragazze  e la sua carriera futura.

Ma torniamo ai sandwich e alla Incacola, bevanda molto amata da ogni peruviano.

All’alba Tito Velarde raggiunge la prima linea. Al confine tra Perù ed Ecuador scimmiette e pappagalli non trovano pace da duecento anni: è una lite continua, minacce, spari, cannonate, adesso anche le bombe dell’aviazione. Le guerre di confine sono come i debiti dei poveri, non finiscono mai.

-Ehi, ecco i rinforzi per sferrare l’attacco finale al nemico.-

-Guarda chi arriva, il gatto con gli stivali a cavallo, il guerriero logistico.-

Tito Velarde scende dalla jeep,  tira giù due sacche e si appresta a mettere in azione il piano, il suo piano segreto, guerra psicologica.

Ora i soldati peruviani lo guardano con ammirazione, Velarde distribuisce sandwich e Incacola con disprezzo del fuoco nemico che potrebbe accendersi.

L’avamposto peruviano mangia, beve, canta, ma che succede a cento metri di distanza sul fronte Ecuador?

Gli ufficiali ecuadoriani si grattano la testa, si passano il binocolo. Il più inesperto rompe il silenzio

-Usciamo fuori e prendiamoli di sorpresa.-

Per fortuna gli ufficiali esperti sanno come si va finire quando si esce fuori

- E’ una trappola, vogliono che usciamo fuori per circondarci. Ci fanno fare la fine del topo attirato dal formaggio. Ma un ufficiale dell’Ecuador non è un topo, vede il formaggio e vede la trappola. Ci preparano un agguato, Passa parola, ci ritiriamo. Ritirata tattica su una posizione sicura.-

 E fu così che il capitano Velarde mise in fuga il nemico, vinse la guerra e fu ricoperto di medaglie. 


                                                                    OLDSMOBILE

Di mio nonno, che io chiamavo Papapa, tutto si può dire ma non che non fosse distratto. Papapa era molto orgoglioso di questa distrazione, sapeva che sarebbe diventato uno scienziato o un inventore, se le circostanze fossero state diverse, e la distrazione era la prova. Tutti i grandi scienziati e inventori sono molto distratti, caramba.

Papapa sa che un uomo deve sempre mettersi alla prova e  va in cerca, in certi posti, di oggetti rotti e inservibili. Più un oggetto è rotto, più grande l’onore di rimetterlo in funzione.

Alle cinque del mattino Papapa si alza e medita, poi comincia a riparare gli oggetti, fischiettando.

 

Una volta Papapa porta a casa un motore d automobile, lo smonta, pulisce bene ogni pezzo, lubrifica, rimonta tutta, poi lo butta via perché non si mette in moto.

 

Un’altra volta arriva a casa con una lunga canna per innaffiare, la attacca al tubo dell’acqua nel patio e attraversa tutta la casa con la canna. Poi torna indietro e apre l’acqua. Non si è mai saputo che idea avesse nella sua testa. La canna ha tanti piccoli forellini nascosti che innaffiano le stanze.

-Humberto – grida Mamama, sua moglie.- I miei mobili.-

Papapa ride e danza sotto la pioggia.

 

Stavo bene con Papapa, gli capitava sempre qualcosa. Un giorno esce con la sua Oldsmobile verde per comprare il pane. Quando viene fuori dal fornaio, va a comprare il giornale. Era domenica, una domenica di sole, Papapa se ne torna a casa inebriato dal profumo dei fiori e dai cinguetti degli uccellini di primavera. E così, dopo un piacevole mattinata a leggere notizie, mangiare pane e tamales con caffè, Papapa viene a pranzo con tutti noi. Quando ci  alziamo da tavola, Papapa decide che non sarebbe una cattiva idea andarcene in automobile a prendere un gelato o un milkshake in quella famosa gelateria che era rimasta la stessa dagli anni Cinquanta. Ma quando siamo fuori l’automobile non c’é. Papapa si mette le mani sopra la testa

- Qualcuno mi ha rubato l’automobileee. -

Ma nessuno di noi si agita e Papa, suo figlio, gli chiede in che posti è stato la mattina. E dopo qualche giro intorno al fornaio, ritroviamo la Oldsmobile dimenticata la mattina.


                                             ROSITA FRIGGE IL PESCE © J G Page

- Danielita, non vorrai che il pesce di Rosita stanotte se lo mangino i gatti.-

Danielita si aggrappa disperata al suo orso, ma Tito Velarde è implacabile, in piedi in uniforme bianca con le medaglie della campagna contro L’Ecuador, solletica il nasino della bella addormentata.

-Tio Tito, non voglio venire, non mi piace l’odore del fritto a Rimac.-

Niente da fare. Danielita, si ritrova in strada col pigiama, questa notte fa molto caldo a Lima. I due si avviano verso Rimac, Danielita si guarda il pollice con rimpianto, ma è orgogliosa di essere con un ufficiale in uniforme dell’esercito peruviano, il più eroico, sicuro.

Rosita ha tre figli e venticinque anni, quando il marito una sera non torna a casa. Abita nel quartiere miserabile di Chorrillos. Viene cacciata di casa, perché non paga l’affitto. Trova da dormire a Rimac, una porta accanto all’altra, dietro ogni porta una stanza da dividere con altri disgraziati.

Un pescatore le porta ogni sera pesce fresco, mosso da compassione e passione. Sfamati i figli, Rosita non butta via il pesce avanzato. Lo frigge con l’arte sublime della fame e lo vende ai passanti. Il pesce fritto di Rosita diventa famoso. Le famiglie che contano fanno la fila al suo banco alle due di notte.

Rosita apre un primo ristorante, il secondo lo apre a Chorrillos.

                                   LA MADRE DELLA SIERRA J G Page

L’india ha venticinque anni, una capanna nella Sierra, un figlio malato di sette anni. Col figlio in braccio a piedi scalzi da un ospedale di villaggio all’altro.

-Qui non possiamo aiutarti. Per salvarlo lo devi portare a Lima.-

L’india avvolge il figlio in un poncho. Qualcosa da mangiare in una sacca. Le altre donne sanno che non tornerà. Ci vogliono cinquanta giorni per arrivare a Lima. Salire sulle colline, scendere nelle valli.

All’ospedale El Nihno di Lima non capiscono cosa vuole, l’india non parla spagnolo, parla con gli occhi. Viene chiamato un interprete e allora tutti capiscono.

               LE PESCATRICI DEL LAGO TITICACA    ©   j g page

-Allora è sicuro? La riunione delle donne è per stasera?-

-Si, è confermata per stasera. Dategli da bere tutta le cerveza che possono assorbire a quelle maledette spugne. Guarda questi segni sulle mie gambe, bere e frustare le mogli quando sono ubriachi è diventata la loro vita.-

Gli indios pescatori del lago Titicaca hanno deciso che non si può uscire tutti i giorni a pescare per portare il pesce a una moglie noiosa. Quale vita è mai questa.

Alla riunione della sera le mogli disprezzate sono furiose, decise, affamate. Decidono di uscire a pesca, di rivendere il pesce che avanza, di cacciar via da casa gli uomini.

Fanno una piccola cooperativa, è solo l’inizio.

 



 

                                                              PEPITO      © J G Page

 - Una volta avevo un pappagallo.-

- E come si chiamava?-

- Pepito. Quando aveva fame strillava ‘Pepito! La papa, Pepito!” e veniva a mangiare spaghetti e pollo. Poi si faceva un giretto e tornava fischiettando. “Fuiii, fuuiii, Pepito!" E danzava.-

- Danzava? E che balli conosceva? Il Fox trot?

- No, muoveva la testa da una parte e dall’altra. Sollevava prima una zampetta poi l’altra. Una cosa così. -

- Ma oltre a fischiare e danzare, sapeva tenere un discorso?-

- Mmm, vediamo. Sapeva tre parole: la papa, Pepito, Aurora. Aurora era la femmina di mamama, mia nonna. –

- Pepito e Aurora, vivevano insieme, su un albero?.-

- No, ma una volta che mamama dovette andare in viaggio, Aurora venne a stare da noi per un mesetto. E i due si conobbero.-

- Magari Aurora parlava troppo e questo dava noia a Pepito. -

- No, Aurora sapeva una sola parola ‘Pepito’ e nient’altro. Pepito era un pappagallo di mondo, un sibarita. Lui conosceva tre parole, lei una sola parola imparata da lui. Lei si era innamorata, colpita dal suo charme e dal suo savoir faire.-

 

                                                            LOLA     © J G Page sapodilla

Poi ho avuto modo di conoscere un altro pappagallo, nella jungla, a Iquitos Amazon Lodge. Era una femmina e si presentava ogni mattina al tavolo della colazione per rubarmi l’uovo fritto. A me non piaceva l’uovo fritto, non lo mangiavo, lo faceva portare apposta. Lo dovevo mettere in un mio piattino, perché il gestore mi aveva detto che non lo avrebbe preso dal piatto grande di portata, non ci avrebbe provato gusto, a lei piaceva rubare le uova fritte. Dovevi far finta di volertelo mangiare davvero l’uovo fritto, solo allora lei arrivava e te lo soffiava dal piatto. Se cercavi di riprenderlo dal  becco, lei volava via con l’uovo appeso di fianco. Si chiamava Lola.

 

 


 

 

 

 

 

 

 

   

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Ultimo aggiornamento: 21-09-09.