Racconti1870. La storia d       ©            J G PAGE    La storia del cinghiale bianco. 1870 

                                                                                                                                                                                              

- È passato quasi un quarto di secolo, ma la storia di Antonio e del cinghiale bianco me la ricordo come se fosse ieri. Antonio Di Meo aveva quaranta anni, una mandria di mucche al Dragone sotto il controllo dei garzoni e una giumenta dal pelo nero lucente, che era la sua compagna inseparabile. Quella mattina di ottobre si era alzato prima del far del giorno per recarsi alla selva su al Ceraso a raccogliere castagne come tanti volturaresi.

La rabbia nel vedere la selva piena di buche e per terra una distesa di castagne rosicchiate sparse dappertutto, gli fece maledire tutti i cinghiali del mondo. Ormai era una peste che aveva raggiunto il culmine. Vedere il frutto di sacrifici di anni distrutto in una nottata, lo faceva imbestialire. Tornò a casa, prese il fucile e disse alla moglie che sarebbe rimasto in montagna per un paio di giorni, giusto il tempo di uccidere quelle bestiacce, che gli stavano procurando un danno incalcolabile.                            

Tornato in montagna, lega la giumenta a un albero e si sistema nel pagliaio, accendendo il fuoco per il troppo freddo. La sera cala tra gli alberi portando una nuvola densa di nebbia, che impedisce la visuale oltre due o tre metri. Seduto su un tronco d’albero, il fucile appoggiato con il calcio per terra e la canna sul petto, tende le mani al fuoco, stringendo i denti a bocca aperta e chiudendo gli occhi, come a scacciare il freddo in attesa dei suoi nemici. La giumenta a pochi metri di distanza sembra dormire all’impiedi. Le ore passano lentamente e Antonio inseguendo i pensieri si assopisce a  occhi aperti. Il fruscio delle foglie e un rumore strano, che sembra lo sbuffo di un orso, lo riporta alla realtà e gli fa imbracciare il fucile automaticamente. Un bestione che sembra una mucca avanza muso a terra sbuffando come a tracciare un solco, mentre tutto intorno si alza una nuvola di terra e foglie che assumono mille luccichii nell’umido della nebbia. Antonio ha come un attimo di smarrimento e di paura di fronte a quel gigante che sembra uscire dalle tenebre dell’inferno. La bestiaccia ha il pelo quasi tutto bianco e sembra confondersi con la nebbia. Ferdinando lo segue con la canna del fucile e chiude gli occhi mentre spara. L’animale per un attimo sembra cadere come svuotato di energie, ma si riprende subito e si dilegua nell’oscurità in un baleno. L’uomo, come uscito da un incubo, esce dal pagliaio per seguire con lo sguardo quell’ombra che scappa, come a sincerarsi se la scena vista sia stata vera o frutto di un sogno. Fa alcuni passi in avanti fuori dal pagliaio e solo allora si accorge che la cavalla è stesa per terra coricata su un lato. Corre, preso da un oscuro presentimento, si rende conto subito che è morta. Un rivolo di sangue sotto l’orecchio sinistro gli fa capire che uno dei pallettoni sparati contro il cinghiale l’ha colpita al cervello, uccidendola sul colpo. Con le braccia stese sulla pancia della cavalla, passa tutta la notte a piangere e a imprecare contro la malasorte che gli ha tolto l’unica amica e compagna che aveva. Solo alle prime luci dell’alba infreddolito prende la zappa nel pagliaio, scava una buca profonda sette palmi, come d’uso in segno di rispetto per l’animale, e la sotterra, mettendo alla fine una croce di legno a ricordo della sua amica.

La moglie lo vede arrivare stralunato e con uno sguardo cattivo come non lo ha mai visto. Le racconta l’accaduto e senza aspettare risposta va a prendere tutte le cartucce che aveva conservato nella cassapanca, poi la bacia sulla guancia e ritorna in montagna a piedi.

Cala di nuovo la sera e nel buio più assoluto, senza accendere il fuoco, aspetta che il suo nemico ritorni.

Sa che i cinghiali vedono poco, ma sentono gli odori a decine di metri, e sa anche che percorrono sempre la stessa strada sia d’entrata che di uscita dal bosco. Si apposta sul sentiero, sapendo che passerà di là. Una scena già vista lo trova preparato a imbracciare il fucile e a sparare, appena il cinghialone appare nella semi oscurità. Il colpo fa fermare per un istante la bestia come folgorata, ma la sua corsa improvvisa e veloce sembra il calpestio di cento cavalli che rimbomba nel silenzio della notte. Antonio ricarica il fucile e sta per sparare di nuovo ma la montagna di muscoli e di rabbia si abbatte su di lui, producendo un rumore secco e grave. L’uomo sembra volare per poi schiantarsi ad alcuni metri di distanza, immobile e privo di sensi. Una nuova alba e le voci da lontano lo riportano alla realtà e solo il pianto sommesso della moglie gli fa capire che è ancora vivo. Un dolore sordo alla coscia gli impedisce di potersi alzare e accetta l’aiuto che i familiari, accorsi al richiamo di Anna che non lo aveva visto rientrare a casa. Prendono due aste di legno, vi infilano un cappotto rigirato, costruendo una rudimentale barella con la quale lo trasportano in paese dal dottore. La situazione appare gravissima nella sua drammaticità e per evitare infezioni, Don Carmine decide di amputare l’arto. La ripresa è lenta e difficile, e solo dopo un anno Antonio riesce a guarire completamente. Gli viene applicata una protesi rigida di legno con delle fibbie attaccate al bacino che gli permettono di deambulare con una certa facilità. Le lunghe giornate passate a letto e l’impossibilità di poter lavorare lo trasformano, rendendolo taciturno e introverso. L’unico pensiero è ammazzare quel diavolo che gli ha distrutto la vita. Appena riesce a rendersi autonomo nei movimenti, ritorna a varie riprese in montagna, per riprendere quella guerra interrotta un anno prima con due grandi sconfitte. Prepara l’ultima battaglia nei minimi particolari con trappole e percorsi obbligati, in attesa del grande momento in cui vedrà consumata la sua vendetta. Finalmente ai primi dell’inverno trova nella neve tracce fresche e profonde tipiche del suo nemico. Prepara un impasto di cibi, con granturco, castagne e altro, lo dissemina nella neve come richiamo irresistibile per la fame dell’animale. Aspetta con tre fucili caricati a palle singole e a pallettoni davanti al pagliaio. Arrivano silenziosi e leggeri come una folata improvvisa di nebbia e lo assaltano con un latrare che sa di fame e ferocia. I lupi! Antonio spara, spara a più non posso, ma il branco non scappa, avanza fino a raggiungerlo, a graffiarlo, a morderlo. Una furia bianca nel bianco si abbatte all’improvviso sul branco, caricandoli con il muso e sbattendoli in aria con i denti acuminati che sembrano zappe che scavano nelle membra degli animali. Antonio continua a sparare, senza mirare, e si ferma solo quando il silenzio cala nel bosco e sente le forze mancargli, per il sangue che esce dalle ferite provocategli dai lupi. Un’alba livida e fredda apre i suoi chiarori su una raduna imbiancata e solcata da miriadi di strie rosse di sangue dei tanti lupi sventrati, in mezzo un cinghialone e un uomo, che distesi su un fianco sembrano guardarsi con lo sguardo perso nel vuoto e nel freddo della morte.-

                                                                                                                                                  

 

 

   

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Ultimo aggiornamento: 21-09-09.