In Cina ci sono un sacco di lavori interessanti che difficilmente
trovereste in giro per l’ Europa. Ho scritto tempo fa dei pulitori di
orecchie, che seduti sui loro sgabelli, i piccoli attrezzi ben
allineati, aspettano i clienti nei parchi in qualche posto della Cina
centrale. Ora vorrei dividere con voi le sensazioni di un altro tipo di
lavoro, qualcosa che vedo ogni giorno nel palazzo dove abito: l'addetto
all’ascensore. Non pensate a quei tipi che a volte potete ammirare
all’opera nei fiabeschi hotel dell’Occidente, qualcuno che se sta
dritto in piedi nella sua uniforme coi bottoni dorati e lucidati, in
attesa di portare su a i loro piani i ricchi ospiti. Vi sto
parlando dell’addetto al nostro unico ascensore del nostro palazzo
qualsiasi, con il suo tavolinetto in miniatura come una scatoletta in un
angolo dell’ascensore già piccolo di suo, con la pila di giornali
quotidiani vende che vende a 5 mao alla gente che sale e scende. Questa
è la donna che garantisce che l'ascensore sia usato correttamente, e non
ci si vada a spasso, nossignore.
Ma il pezzo migliore è che è fornita di un bastoncino fatto apposta per
schiacciare i bottoni, con una sfera di un qualche materiale morbido
infilato a una estremità, in modo da non deve allungare troppo il
braccio per premere i tasti, ma può rimanere seduta sopra la sua piccola
sedia ed usare giusto il bastoncino.
Una scena fantastica
Senza parlare del fatto che l'ascensore si ferma soltanto a tre
piani dei nostri 10: il primo, l'ottavo ed il decimo. Ma a volte, quando
lei si prende una pausa, o forse schiaccia un sonnellino nel minuscolo
ufficio al primo piano, col letto duro giusto vicino all’ascensore,
riusciamo a guidare l'ascensore e a premere i tasti da soli. Gente, mi
sento come un ribelle ogni volta che mi riesce di fare il colpo !!
(traduzione di J G Page Sapodilla)
Jenny. Incontro a Firenze
Ovvero di come
Passera, in un pomeriggio di marzo, mi racconta cosa successe a Jenny in
un altro pomeriggio di marzo.
Passera – Eccoti finalmente, George.
George – Ma che accoglienza,
entusiasmo cosi ti voglio. Raccontami qualcosa di una tua antenata
birbona, così ci faccio una storia.
Passera – Dunque,
gli antenati miei sono tutti
sbottonati.
Gorge – Oh.
Passera - Ma una
in particolare, la mia antenata birbona. Una
nonna.
Gorge - Siamo
nel ...?
Passera - 1900
G - 1900 a Firenze. Una signora?
Pa - Certo in famiglia siamo tutti persone
dabbene.
G – Mi avevi detto che siete birboni
sbottonati, ma non importa. Nonna, una signora, cappello di paglia di
Firenze, prende il te, è sposata, ma un bel giorno…
Pa – Si…
G - all'età di .....
Pa - … 18anni, trova un distinto signore
di età circa 23 anni che le sorride, le fa l'occhiolino
G - Un'altro ?
ma non aveva già un marito?
Pa – Nooo.
G – C’è stato un malinteso, porta il
cappello di paglia di Firenze, prende il tè, ma non è sposata.
Dunque abbiamo una ragazza per le vie di
Firenze, un signore di 23 anni le sorride.
Pa - Certo le ricambia il sorriso, abbassa
la faccia per vergogna.
G - Lei stava
andando a spasso ....
Pa - .. .. Lui le va incontro le bacia la
mano.
G - Ragazzi veloci.
Pa - Le dice che i suoi occhi lo
hanno colpito, occhi da gazzella, (come i miei).
G – Mi piace questa cosa, però le guardava
anche il culetto.
Pa – Ma dai.
G – Occhi di gazzella timida e impaurita,
che si lascia baciare la mano stupita.
Pa - Certo.
G - Vai avanti
l'inizio è buono.
Pa - Si sono
innamorati,al primo sguardo.
G – Lo sai come
vanno gli incontri, se non è primo sguardo mai più
Pa – Proprio
così.
G - Cerchiamo di
individuare la via dell’incontro, se ti riuscisse di trovare una
cartolina del tempo. Ora dove vanno, la accompagna a casa ?
Pa – No, in giro per
Ponte Vecchio.
G – La prende
sottobraccio e vanno verso Ponte Vecchio. Dovremo trovare due nomi per
loro.
Pa - Lui le regala un fiore.
Anzi glielo mette fra i capelli
G – Si chiamava?
Pa - Lui Raffaello, lei Jenny
G – Jenny mi piace, ma Raffaello non si
accorda, vedremo come si sviluppa il racconto. Il fiore lo ruba o
lo compra ?
Pa - Lo ruba. Lui era militare, soldi
pochi.
G – Si chiamava Jenny, parenti inglesi?
P -. No, niente parenti inglesi.
G - Soldato? tenentino?
Pa – Sì.
G -Si cosa? tenentino?
Pa – Credo soldato, non so.
G – Soldato in divisa
?
Pa – Certo. E lei un
vestito color rosa alle caviglie.
G - Tira a
baciarla da qualche parte? che ore sono, che mese è, che giorno? festa ? Jenny non deve fare tardi, suppongo.
Pa – Era di Marzo, le
ore non so ma certo prima di sera. Si baciamo il giorno dopo, alla
stazione dove lui va per prendere il treno.
G – Il soldato ritorna
in caserma.
Pa – E sì.
G – Non ci sono guerre in giro ? giusto?
Mi hai detto che siamo nel 1900.
Pa – Si, purtroppo c’è la Grande
Guerra. Sono stata imprecisa, è il 15/18.
G – Lui va al fronte. Si dimenticano? Sono
sempre pessimista quando si tratta di donne. Ma certo Jenny era diversa.
Pa - Si scrivono, si ritrovano, si
sposano. Nascono due figli maschi
G – Calma, dove si
ritrovano? Mi stai uccidendo il racconto.
Pa – Uffa. Nel marzo 1915 si conoscono. Si
ritrovano a Firenze, nel settembre. L'anno dopo si sposano a
primavera di aprile. Nascono due figli.
G – Finito? niente lettere nel
baule?
Pa - Nel 1916 si sposano. Nasce mio padre.
Nel 1917 torna a casa in licenza e lei rimane incinta di nuovo. Nasce
mio zio nel 1918. Ma lui non torna più.
G - Si può fare un raccontino sul primo
incontro. Certo se tu avessi le lettere, un diario.
Pa – No, quello che so me lo raccontò mia
nonna. Le cose scritte sono andate perdute con le guerre
G - E così sei senza
nonno.
Pa – Eh, sì. Ci sono
nata senza nonno.
G - Si può fare un raccontino sul primo
incontro. Vediamo, tu sei Jenny.
Pa – Si
G - Jenny appartiene a quale classe ?
piccola, media, alta borghesia?
Pa - Diciamo media. La famiglia ha due
calessi. Due calessi era tanta roba.
G - Jenny ha fatto le scuole?
Pa - Mio nonna si, dalle suore. Non so che
fino a che classe ha fatto.
G - Sono le cinque di
un meriggio di marzo, Jenny esce a vedere i negozi, oppure va da una
amica. Cosa pensa una fanciulla di 18 anni nel 1915 a marzo?
Pa - Ma che
bella giornata di primavera.
G - Secondo me Jenny ha qualcosa d'altro
in testa.
Pa - Esco per trovarmi da sola con i
miei pensieri, con i miei problemi, con il cuore alla guerra. Poi
ho voglia di sedermi. sul lungo fiume.
G – Ma tu sei di buona famiglia, non hai
problemi Jenny. Esci da sola, ma nel 1915 è ammesso per una
fanciulla per bene?
Pa – Beh, mettiamola così. Per chi sta in
centro si, magari per una commissione. E una se la prende larga.
G - Ma forse mentre passeggi hai un modo
morbido di muoverti, qualcosa nel viso, un profumo, non dico che lo fai
apposta
Pa - Forse sono un po' civettuola, e in
giro ci sono i militari, tanti bei ragazzi. Jenny ha i fratelli al
fronte, pensa a loro, ma scaccia i pensieri quando il soldatino la
guarda.
G - Avrà avuto i
baffi?
Pa – Cavolo.
G - E ora Jenny fa quello che fanno a 18
anni le fanciulle di media borghesia a Firenze, cerca marito.
Probabilmente era troppo sorvegliata per avere un'avventura.
Pa - In programma c'era già qualcuno delle
colline di Firenze. Ma lei evidentemente non voleva.
Pa - Ehi, George, ma poi mi dai la
percentuale sui diritti di autore di questo racconto.
G - Farò di meglio. Mi vestirò da soldato
e ti verrò incontro. Magari meglio vestito da generale per essere
credibile. Tu sei a Ponte Vecchio con le amiche a comprarti un paio di
scarpe, arriva un generale e ti fa l’occhiolino. Mi sono sempre chiesto
come passerebbero il tempo le donne senza i negozi di scarpe, magari ne
parliamo.
Pa – No, verrai vestito da tenentino.
G- Ma la gente per strada mi prenderà in
giro, ai fiorentini poi non sembrerà vero di avere un’occasione. Mi pare
di sentirmeli dietro le spalle. Ma come mai gli è ancora tenente? O
chissà cosa avrà combinato.
- Che te importa.
G- Adesso torniamo a Jenny. La
famiglia aveva trovato un tizio da dargli in marito. Ricco? troppo
grande per lei? Un funzionario del governo?
Pa - Qualcuno che aveva possedimenti sulle
colline. Qualche ettaro di terra.
G - Ma lei si dovette sposare perché era
accaduto l'irreparabile ? i suoi avranno piantato storie
Pa – Nooo. Si
sposò a settembre quando lui torno dal fronte in licenza. Senza
complicazioni. Andò contro i volere dei suoi.
Pa – Si sposarono a
Firenze, alle sei di mattina.
G - Un’ora insolita,
forse per via della famiglia che era contraria e voleva un matrimonio
quasi di nascosto, forse Jenny voleva tutto il giorno per se.
Pa – Presero un
calesse e andarono a Pisa, in una pensioncina.
G - Jenny era tosta e decisa
Pa - Come me.
Passera poi mi
ha raccontato cosa fu di Jenny dal momento in cui non ricevette più
lettere dal fronte. Jenny era una donna che non sa dimenticare, neppure
per un’ora. Nessuno può dire come fu davvero la vita di Jenny da allora,
perché la portava nascosta dentro di se. Avrei voluto conoscere Jenny,
l’avrei convinta che si può vivere un’altra vita senza dimenticare la
precedente, anche se questo ci fa essere in lite con noi stessi in modo
orribile. Credo che Jenny avrebbe capito, ma le cose sono andate in un
altro modo._
FORNITORI DELLA REAL CASA
Gennarino
Esposito mente, recita, ma senza andare sopra le righe. D'altra parte
nel quartiere lo dicono tutti. Gennarino era nato per fare l'attore,lo
sbaglio suo è stato di mettersi nel laboratorio di donna Amalia.
Il fatto
-Signor giudice, come ve lo devo dire,
Quella notte infame, saranno state le due, mia moglie ha cominciato a
scuotermi, si sentivano rumori in casa. Io tengo il sonno profondo.
"Prendi la pistola nel comodino e vai a vedere", mi ordina mia moglie .
Era stata donna Amalia stessa, mia suocera, a insistere perché imparassi
a usare un'arma. Noi le stoffe di gran pregio le teniamo in casa, non in
laboratorio dabbasso. E' lana del Sud-Africa selezionata apposta. Il
laboratorio Amalia Benincasa fu Antonio dal 1812 serve Casa Reale, i
nostri migliori clienti a Napoli sono un ramo collaterale dei Borbone,
ma viene gente da New York.-
Il giudice apprezza la recita,purtroppo
deve fare il suo lavoro. scuote leggermente il capo, trasmette segni di
insofferenza a Gennarino, il quale recepisce e stringe.
-Mi alzo col cuore che sbatte, la mano
tremante prende la pistola dal comodino, tremo a ogni mio stesso minimo
respiro. A piedi scalzi mi avventuro per il corridoio, un cauto passo
dietro l'altro. Ancora strani rumori dimostrano la presenza di un
estraneo in casa. Che dovevo fare, signor giudice. Un ladro, me ne sarei
voluto scappare, nascondermi sotto il letto, ma chi la sentiva poi donna
Amalia Benincasa se non difendevo la sua roba. Destino vuole che in quel
momento sotto in strada passa un tir, i grandi fari illuminano il
corridoio per una finestra. Un'ombra mostruosa si proietta sul muro,
sento come un grugnito orribile, una mano gigantesca si leva a
minacciarmi, la pistola spara da sola e Amalia Benincasa non c'è più. -
Un singhiozzare dirotto segue alle ultime
parole. Gennarino Esposito si accascia affranto, le mani alla testa, ma
trova la forza per riprendersi.
-Signor giudice, quella donna mi aveva
dato tutto, la figlia, la casa, il laboratorio di famiglia, tutto.-
-E barili di fiele da bere ogni giorno,
compreso i festivi.- Pensa il giudice.
Nel quartiere lo sanno tutti, non c'è
giorno che si levi il sole senza udire le parole di donna Amalia. Al
mercato, a casa delle amiche, ovunque ci siano orecchie si leva la sua
voce.
-Quel disgraziato lo abbiamo preso dalla
strada coi buchi nelle scarpe. Deve rigare dritto, altrimenti sulla
strada lo rimettiamo, a fare Ciacco e Sparo.-
Le ultime parole stanno a significare
Shakespeare, riferite alle qualità drammaturgiche di Gennarino.
Nel quartiere nessuno si è presentato a
testimoniare a sfavore di Gennarino. La moglie è apparsa, stretta tra
due avvocati, ha dovuto scegliere, o vendicare la madre o tenersi un
marito. Ha scelto il futuro, come darle torto. Chi avrebbe mandato
avanti il laboratorio di giorno? chi le avrebbe tenuto compagnia la
notte? E sopratutto chi se la sarebbe presa, con quei fianchi sempre più
larghi, a cui Gennarino per necessità o abitudine si era affezionato.
Chi le avrebbe dato quel fremito di piacere tirandole giù le mutande nel
gran letto coniugale, sussurandole 'Vogliamo vedere le tenere rotondità
di questa bella bambina?'
Amalia Benincasa d'ora in avanti il caffé
alle due di notte se lo sarebbe preso in paradiso, magari lo facevano
buono.
L'aula del tribunale si riempie di sole.
il giudice sbircia l'orologio, si fa ancora a tempo per una passeggiata
prima di pranzo. Questo processo è inutile, la legge parla chiaro,
Gennarino ha agito per legittima difesa della casa, dei beni, della
famiglia, della stessa sua persona. Assolto.
LA PRINCIPESSA HA PERSO LA TESTA
-Madre mia, ho perso la testa.- La principessa è davvero disperata.
-Vuoi dunque condurci alla rovina, figlia mia disgraziata? Non sai che
sei destinata al Rajah di Banga-loor? Faremo uccidere l’uomo che ti ha
lusingata. Dimmi subito il suo nome. Uno dei servi che ti accompagna al
mercato? Un mercante straniero di tappeti ? -
-Madre mia, allora voi non capite? Io ho perso la testa. –
La madre sorride sprezzante. – Ci penserò io a fartela ritrovare, non
devi stare in angoscia. E adesso devi dirmi dove è successo.-
-E’ stato al lago, madre mia, le mie amiche mi hanno preso sulla loro
barca, mi è parso di sentire il guizzo di un pesce.-
-E dunque? Chi è arrivato?
-Nessuno è arrivato. Mi sono voluta sporgere per osservare l’acqua, ma
ho visto solo il mio riflesso senza la testa. –
Questo è l’inizio della storia della principessa disperata perché non
riusciva a vedere la sua testa e pensava quindi di averla persa. La
famiglia e tutti i servi la rassicuravano, tutti potevano vedere i suoi
riccioli come trucioli d’oro. Ma ella non smetteva di disperarsi. “Dite
così perché siete la mia famiglia.” Le misero uno specchio davanti
inutilmente. “E’ solo un ritratto. E’ una testa, ma non è la mia testa.
Non diventerò regina, dove metterei la corona?"
(continua)
OLIO AGLI SCAMBI
La ragazza Ileana dava tutti i giorni l’olio
agli scambi dei treni alla Stazione di Genova Brignole, nella sua tutina da
manovale. Ci dovrei scrivere un racconto, ma non so altro. Riguardo a Ileana
non dovete immaginare una di quelle donne sovietiche ferroviere che si
portano dietro in mano un barattolo enorme pieno d’olio e sembrano fatte di
ferro come la locomotiva. Ileana è tonda, morbida, coi riccioli d’oro. Non
pensate che sia fosse una cosa facile dare l’olio agli scambi. Prima bisogna
spennellare da un lato, poi telefonare al capo-stazione per fagli scattare
lo scambio, e quindi spennellare dall’altro lato. La responsabilità era
enorme. Mettiamo che una scambio non si aprisse all’arrivo del treno lato
monte, la locomotiva si portava dietro tutti i passeggeri al lato mare.
Ma il progresso avanza, adesso al posto
dell’olio si usa un grasso lubrificante che dura un mese.
Dove è finita IIeana? E perché dovrei dirvelo?
Ci teniamo in contatto.
INNO AL RE
I fazzolettini ricamati, intrisi di essenza di
violetta e lacrime di gioia, sventolano verso il palcoscenico nelle mani
aristocratiche delle dame milanesi. Prima un lungo applauso e poi il grido
di Viva Verdi si leva dai velluti dei palchi, dalle poltrone, dal sudore
povero del loggione. E' appena terminato il coro ' O mia patria si bella e
perduta ' . Le bianche uniforme degli ufficiali austriaci a un cenno
imperioso di un loro generale si dirigono verso le uscite del Teatro alla Scala, perché Viva
Verdi significa Viva Vittorio Emanuele Re d'Italia. Il Maestro Giuseppe
Verdi sul podio rappresenta la sperata unità d'Italia, la cacciata degli
austriaci, ed è per questo che i fazzolettini ricamati sventolano verso il
podio. Per la verità, dietro a un ventaglio due occhioni neri guardano in
direzione di un biondo tenentino austriaco che appena si volta, e la mano
della giovane dama, presa dall'emozione, pare sventolare dalla parte
sbagliata.
Il Maestro Giuseppe Verdi si volge al pubblico
adorante, si inchina, sembra godersi il successo. Ma i pensieri di un genio
sono imprevedibili.
-Il Maestro suona dove il baiocco tintinna. -
La memoria va a quel 1848, quando la Corte di Ferdinando di
Borbone re delle Due Sicilie gli fa giungere discretamente un invito a
comporre l'inno al re. - Un gran re quel Ferdinando, gran signore, altro che
questo zotico di Vittorio piemontese, che di musica capisce solo la tromba
della Sveglia e della Zuppa. Consoliamoci che almeno questa Unità d'Italia
ci toglie di mezzo lo stato pontificio con preti e monache. - Questo pensa
il Cigno di Busseto sorridente al pubblico.
FRULLINI
FRANK AVEVA VENDUTO TUTTI I FRULLINI A ENERGIA SOLARE PRIMA DI VENERDi'. PER
QUESTO ERA TORNATO A CASA. Ora Frank se NE STA A GUARDARE IL COCCODRILLO
ADDORMENTATO sul suo letto, QUANDO SENte LA VOCE DIETRO DI SE.
-TOGLITI CHE LO AMMAZZO .-
Il coccodrillo si contorce, si afferra il testone verde con le zampotte
anteriori e se lo svita. Appare Philip, metà coccodrillo e metà marito di
Gloria, la biondina col fucile.
Da parte sua Frank non perde tempo a farsi troppe domande, non si chiede
cosa ci faccia il suo vicino nel suo letto dalla parte dove di solito dorme
sua moglie, ma si muove di lato per permettere a Gloria di prendere la mira.
-Spara Gloria, mira alla testa, altrimenti potremo avere storie col noleggio
dei costumi.
-Non preoccuparti per questo Frank, lo sai che vinco sempre il primo premio
alla gara di tiro, nel Giorno del Ringraziamento.
La testa di Philip scivola nel costume, ora è un coccodrillo senza testa.
Gloria esita divertita..
- Vieni fuori Philip, Suppongo tu voglia darci una spiegazione.-
-Come
mai sei qui?- dice la voce dentro al coccodrillo.- Non dovresti essere in
Florida alla riunione annuale delle Figlie di Satana?-
-Avrei
dovuto, infatti. Ma una hostess a sentito un fischio da un motore al
decollo. E ora se vuoi spiegarci come mai hai cambiato stanza da letto,
prima che spari.-
-Posso
spiegare tutto io.-
Gloria
e George si voltano a guardare l'ippopotamo che cerca di salire di corsa i
gradini dall'ingresso alle camere superiori.
-Posso
spiegare tutto io.- Insiste l'ippopotamo in affanno.
La
canna del fucile di Gloria passa dalla linea del coccodrillo a quella
dell'ippopotamo, il quale appare in evidente stato di agitazione, mentre si
tira la coda con forza e si scuote.
-Metti
via quel dannato fucile. Sono io, Beth, dentro l'ippopotamo, piuttosto
tiratemi la coda, a quanto pare é così che si apre la lampo. -
LA SQUADRA
La squadra di piazza Prati degli Strozzi non
era molto famosa, anche se per qualche mese ebbe perfino un allenatore.
Questo allenatore, un ragazzo tra i mille con una breve stagione di
illusioni in una squadra vera, si chiamava Santoni, non dimenticatelo è
importante. Il portiere della quadra invece si chiamava Capoccia, e un giorno con
grande sufficienza se ne andò a fare un provino dai ragazzi della Roma A. C. di cui non parlò mai, ma per
vie traverse si seppe il giudizio ‘Tozzo, privo di scatto e di presa’. Mi
pare che noi giocatori avessimo la maglia dell’Inter, ma forse alcuni
l’avevano e altri no, tanto in campo ci si conosceva,
Per il posto di terzino sinistro eravamo in
competizione in due, io e Roscio Malpelo. Roscio rosicava per fregarmi il
posto e un giorno toccò il fondo dello squallore.
-Santoni, Santoni, mettiti in ginocchio e
leccaci i coglioni.-
Spia lurida. Il Roscio indicava me come autore
del versetto, mentre tutti noi eravamo raccolti in gruppo a sentire la
lezione dell’allenatore.
Avevo chiaramente doti letterarie innate, ma
negai tutto, facendomi più piccolo e trasparente di quanto allora non fossi.
Roscio Malpelo Schizzaveleno non sai che il
destino punisce il malvagio.
La domenica seguente eravamo invitati a
giocare col San Giuseppe. Capoccia, il portiere titolare, era assente, forse
era andato al mare con la famiglia. In porta fu costretto a giocare Renato,
il centravanti, che non ne voleva sapere e secondo me per la rabbia qualche
volta si scansò per far entrare i pallone in rete. Il primo tempo finì 3-1
per il San Giuseppe, la mia prova fu di carattere, allora non c’erano le
lenti a contatto e facevo la mia figura con gli occhiali, fino a quando non
me li rompevano. Roscio Malpelo implorò e pianse per poter entrare al mio
posto nel secondo tempo, ma Santoni fu irremovibile nonostante io perorassi
la causa della serpe.
Alla fine perdemmo 7-1 , un risultato
onorevole considerato che noi si giocava fuori casa e privi del portiere
titolare.
Tempo dopo io e il Roscio trovammo un
miserevole portafoglino in terra, con qualche centinaio di lire. Ce ne
andammo al cinema e credo che il Roscio si sia tenuto il portafogli.
Non amo che i fichi che non colsi
Far cadere i fichi dall’albero del vicino
nella tua parte è un lavoro che richiede pazienza, solitudine e animo
giocondo. Mentre è intento a quest’opera delicata con un suo rampino
benedetto, frà Girolamo Pezzotta vede con lieve disappunto che Filippo e
Maria sono entrati in convento e si dirigono a lui.
-Ma che bravi figlioli, venire da questo
povero frate, avete fatto benissimo, che nuove ci portate?
-Diglielo tu, Filippo.- Maria si nasconde
timidamente dietro alle sue stesse parole.
-Frà Girolamo, noi due ci vogliamo sposare. –
Dice Filippo deciso.
Il buon Francescano dimentica i fichi
che non colse e leva al cielo le braccia.
-Figlioli, non sapete che gioia portate a
questo saio rattoppato. Ormai qui non bussano che coppie di finocchi e
finocchie. Pretendono da noi poveri frati il santo sacramento del
matrimonio.- Fra Girolamo china il capo, si batte il petto. Mea culpa, mea,
mea maxima culpa.
-Bene, bene, dunque vi volete sposare qui al
nostro convento, E quando lo vogliamo celebrare questo matrimonio?-
L’orto dei francescani si riempie d’improvviso
silenzio. I tre si guardano l’un l’altro.
-I matrimoni sono due, frà Girolamo. – Filippo
rompe il silenzio, volgendo lo sguardo distratto all’albero dei fichi.
-Due matrimoni? E chi sono gli altri sposi, li
conosciamo? –
-Adesso parla tu.- Dice Filippo a Maria.
-Frà Girolamo io ho avuto molte esperienze con
ragazzi e ragazze, molte delusioni, - comincia Maria simulando una
imitazione di pentimento.
Ma il nostro francescano è lesto a
interromperla.
-Ma ora hai conosciuto questo bravo ragazzo
che sa tutto e perdona, non pensiamoci più.-
-Anche io ho fatto esperienza con molte
ragazze e ragazzi,- Filippo si è fatto coraggio, parla precipitoso.
-Ma infine hai conosciuto la tua Maria, vi
siete confessata ogni cosa, avete compreso di esser fatti l’uno per
l’altra.-
Frà Girolamo si passa la mano sulla fronte.
L’oscuro Medio Evo delle anime si è aperto e non si vede la fine.
Ma parla ancora Filippo. -La questione è
diversa, come abbiamo detto i matrimoni sono due.-
-Due matrimoni? Ho capito, tu sposi un’altra e
lei un altro. Ma chi sono dunque gli altri due sposi?-
-Diglielo tu, Maria, magari sai spiegarti
meglio. Le donne sono pratiche. -
Maria si stringe le mani. –Non ci sono altri
sposi, io sposo me stessa e Filippo sposa se stesso. Alla fine si è capito
che le unioni con un’altra persona, maschio o femmina, non reggono. Abbiamo
pensato di fare una sola cerimonia per risparmiare sulle spese.-
Frà Girolamo raspa la terra col sandalo, ma
perché la terra non si apre?
Maria è un torrente. -Pare che potremo
avremo gli assegni familiari, ognuno i suoi. Da sposata è più facile
comprare l’auto a rate. E da sposata con me stessa compro l’auto che mi pare
e piace. L’avvocato ha promesso di trovarmi un bambino negro, quando i
documenti sono tradotti.-
Ma frà Girolamo non ascolta, sta tornando
all’albero dei fichi. Dov’era quello nero a strisce verdi? Eccolo. Il
rampino riappare con arte magica nella mano del frate. Poche scosse leste al
ramo e il frutto cade. Girolamo lo liscia, lo sbuccia delicatamente, lo
divora a occhi chiusi, poi volge lo sguardo al cielo, più in alto che può.
-Signore, d’ora in avanti ce ne stiamo da
soli.-
estate 2006
TRENITALIA TI RINFRESCA
Pomeriggio torrido sull’Intercity
Napoli-Savona . L’aria condizionata va e viene. Nella prima carrozza il bar
è chiuso per mancanza di bevande e di personale. A Civitavecchia passa il
carrello-ristoro.
-Coca Cola ghiacciata?
-Finita.
-Acqua ben fresca?
-Finita. Ho un succo di pesca tiepido.
-Sei messo male. Ti perdi un buon incasso.
-Non è colpa mia. Sono un dipendente della
ditta Cremonini. L’organizzazione non dipende da me.
Salta fuori che Cremonini e un’altra azienda
hanno il monopolio del ristoro su Trenitalia. Mi viene in mente la storia
della signora Schimberni.. Anni addietro il presidente, o l’amministratore
delegato delle FF.SS ferrovie dello stato, non ricordo bene, era un uomo
potente, Cesare Schimberni. Schimberni era arrivato alle ferrovie dalla
Montedison, ove regnava. Allora la Montedison era una azienda grande e
potente, un gigante a proprietà mista pubblica e privata. Ma non divaghiamo
oltre. A farla breve un giorno la moglie di Schimberni viaggia da Roma a
Milano sull’Eurostar (che allora non si chiamava così), in prima classe la
colazione è inclusa nel biglietto. Le portano un vassoio di plastica con
certi cibi strani, ella rifiuta il cibo orrendo e forse cerca di placare la
fame mangiando il vassoio. Affamata e indignata scrive una lettera di
reclamo al potente marito a capo delle FF:SS. Ma Cesare le risponde
smarrito che alcuno mai è riuscito a entrare nei misteriosi passaggi segreti
che portano agli appalti del ristoro sui treni.
FACCE COME FOCACCIA
... ti ho mai parlato di Recco? Questo strano
posto di cui ignoravo l’esistenza dove mai pensavo di venire. Prima delle
ferrovie e delle automobili, Recco era un pugno di vicoli sotto i portici e
piazzette attorno al Municipio. Da una parte il mare con gli scogli,
dall’altra le colline, in mezzo l’Aurelia. E un torrente che scende
perpendicolare al mare. L’Aurelia sarà stata di ciottoli, non so. Sulla
piccola spiaggia si costruivano velieri per la pesca. A monte, subito
passato il Municipio c’erano case, casette e orti. Casette di pietra a secco
e case di mattoni, con le facciate colorate di rosso e giallo. Arrivarci da
Genova o da Rapallo in carrozza non sarà stata una cosa facile per il
cavallo, tra salite discese e curve. Scendere a Recco dalle colline
sovrastanti sarà stato un piccolo viaggi avventuroso a quei tempi. Un mondo
chiuso di uomini coi baffi che sposavano donne di famiglia. Niente turisti e
seconde case allora, di più le famiglie nobile e benestanti di Genova
andavano a villeggiare nell’entroterra, era di moda il fresco e non il sole.
Vita grama per i recchesi suppongo, anche se non peggio che altrove, di
conseguenza grande emigrazione soprattutto in Argentina. Un ligure tira
l’altro, partivano portando tutto quello che avevano in una coperta
arrotolata. Il treno cambiò il destino di Recco in tanti modi. Una parte
importante la ebbe il ponte della ferrovia che passa sopra al paese. Nella
seconda guerra mondiale questo ponte era vitale per le comunicazioni,
buttarlo giù significava isolare una buona parte della Liguria . E difatti i
ponte fu buttato giù dalle bombe degli aerei americani. Ma col ponte fu
buttato giù tutto il paese, casa dopo casetta. E dopo fu rifatto tutto, ma
niente stile ligure e ben pochi orti. Fu rifatto il ponte, grosso e
orribile, per paura che cadesse di nuovo. Questa è la Recco che avrai visto
se te ricordi. Ma negli ultimi anni sono stati fatti tentativi per
abbellirla, il ponte se non altro é stato pitturato a tinte colorate. Per
cui dovresti venire a rivederlo. Quando arrivai a Recco, non c’erano
supermercati ma solo piccoli negozi. Negozi di famiglia spesso, se non
sempre. Era il momento in cui, per incapacità della Banca d’Italia, erano
sparite le piccole monete di resto. A Roma e Milano si lasciava perdere, si
arrotondava, ma a Recco i signori coi baffi dietro al banco rilasciavano
buoni da cinque e dieci lire. Magari avevano ragione loro, ma la cosa mi
fece una impressione triste.
BANCA TURCA
Non ci trovo niente di sbagliato nel fatto che
una americana sposi un turco e se ne venga a vivere con lui nel sud della
Turchia. La Turchia è terra di frutta mature. I turchi sono ragazzi
simpatici e la famiglia turca allargata ai parenti è un caldo nido. Ma come
in ogni altra nazione, qualcosa può andare storto in un matrimonio anche in
Turchia. Un matrimonio può avere giorni importanti, ma alcuni giorni sono
più importanti degli altri. Questo che segue è appunto uno di quei giorni
più importanti.
Quel giorno speciale Paula venne on-line con una terribile agitazione .
Paula - E’ successa una cosa orribile.
George - Cosa, amore?
P -Mustafà ha imitato la mia firma su un assegno e ha preso tutti i soldi
che avevo su un conto in banca, $40.000 .
Era un giorno dello scorso ottobre, adesso siamo quasi a primavera molte
altre cose sono accadute. Ma quello fu un giorno importante nella nostra
storia e io lo voglio ricordare. Siamo collegati su Internet, io George a
Roma, lei Paula ad Adana.
George - Sto scrivendo qualcosa su Il Famoso Giorno in Banca, raccontami
ancora cosa successe.
Paula - Quel giorno andai in banca insieme ad Aydin, il marito di una mia
amica australiana, perché lui è il direttore di un’altra banca dove volevo
trasferire i miei soldi.
George - Vai avanti, pisella.
P - Quando presentai allo sportello il mio libretto mi sentii rispondere che
il conto era vuoto. Dapprima non capii, non volevo capire. L’impiegato me lo
dovette ripetere più volte prima che mi andasse giù. Poi me andai a sedere
da qualche parte vicino alla cassa in preda a uno shock.
G – Magari ti sei anche fatta la pipì nelle mutande. E che cosa ti diedero
come spiegazione il cassiere e la direttrice dell’agenzia?
P - La direttrice se ne venne fuori a dire che avrebbe guardato nel computer
per capire esattamente quale transazione avesse avuto luogo e poi se ne
venne di nuovo fuori con una cretinata sul fatto che era necessaria una mia
a firma autenticata dal notaio, e perciò andassi a procurarmela.
Naturalmente la direttrice mentiva, sapeva benissimo di avere il cartellino
con la mia firma, solo cercava un modo per mandarmi via. Poi sempre la
direttrice provò a inventare che forse il cartellino con la mia firma si
trovava in un altro ufficio, ci trasferimmo in quest’altro ufficio e fu
naturalmente solo una perdita di tempo. Così io ed Aydin ce ne andammo alla
sua banca, per discutere il da farsi. Stavamo lì quando mi chiama Mustafà al
telefonino e comincia ad abbaiare “Dove cazzo sei e che cazzo stai facendo…”
e “Porta subito il culo a casa”. E così me ne tornai a casa, ad affrontare
Mustafà che cominciò a fare il macho, ma lo cosa non funzionava,
così passò alla parte di quello che si mette a piangere, ma non funzionò
neppure quella parte, e allora lui prese a dire, in tono rassicurante, che
dovevo considerare le cose come se i miei soldi fossero ancora in banca sul
mio conto._
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Ultimo aggiornamento:
21-09-09.